Osservando il mondo...
Mi ha colpito una lettera pubblicata sul Venerdì di Repubblica del 4 maggio 2007 in cui scrive una lettrice:

Mia figlia ha accettato con naturalezza la presenza di una persona a me molto cara e da sempre gay e del suo storico compagno, ogni tanto chiacchieriamo per strada con un conoscente transessuale molto simpatico, chiama «zia» una delle mie più care amiche di pelle scura e accetta di buon grado che a casa della sua bisnonna si mangi invariabilmente pasta in brodo tutti i sabati.
Se al posto della mia vicina di casa venisse a vivere una coppia omosessuale continuerei a chiedere in prestito mezza cipolla.
L’invito che faccio ai mittenti gay è di aprirsi di più al mondo «normale», perché a volte è solo questione di barriere mentali reciproche.
A volte leggo negli occhi dei miei amici gay un lampo di compassione per la mia vita priva di viaggi e di eventi mondani, ma l’affetto che ci lega è autentico. A volte basta relativizzare i problemi e rimanere recettivi al mondo e ai regali che offre ogni giorno.
Sarà per questo che io non mi sento affatto minacciata da queste «pericolosissime» unioni di fatto che «minano», si dice, le famiglie tradizionali come la mia?”.
Io sono daccordo con lei! E voi?
Mi colpisce la storia di Luca, già pubblicata sull'Unità del 29 marzo 2006, che mette in luce gli effetti provocati dalla morale cattolica se interpretata in modo rigido su una persona omosessuale e sulla sua famiglia. Racconta di un giovane credente che pur amando i suoi e Dio può solo andare lontano per trovare se stesso. Scrive infatti Luca:
«Fino ai 18 anni servivo messa tutte le domeniche, a volte anche qualche giorno durante la settimana. Mi piaceva, meditavo su tutto quello che veniva letto e pronunciato.
Ma non riuscivo a trovare, in quelle letture nessun appiglio che mi inducesse a essere diverso da come effettivamente ero.
Ama il prossimo. Secondo il messaggio evangelico, è sufficiente voler bene al mio prossimo.
Che c'entra questo con l'essere omosessuale? Anche se questa domanda assillava quotidianamente la mia mente, io, ligio al dovere come uno scolaretto in divisa, mi piegavo sempre agli ordini impliciti di superiori inclementi.
La mia vita fino ai 27 anni è stata una vita non mia. Oggi ne ho 28. Non so quando questa finta vita è iniziata.
Ricordo che scoprii con sollievo alcuni compagni delle medie apprezzare come me le pubblicità dei fotomodelli in costume.
Frequentando un istituto di preti, in una classe esclusivamente maschile, cresciuto in una famiglia di cattolici ultrapraticanti, fui costretto da subito a tenermi tutto dentro.
Non doveva esistere nulla al di fuori di quello che vedevano i miei genitori. Loro non esitavano a esprimere giudizi sulle persone se si comportavano in maniera contraria alla morale sessuale imposta dalla Chiesa.
Mia madre, ginecologa, vittima di un'educazione rigidissima, storceva il naso ogni volta che doveva raccontarmi di una ragazzina, sua paziente, rimasta incinta a sedici anni.
Mio padre, cresciuto altrettanto rigidamente, ha sempre pensato restando sempre all'interno di schemi predeterminati. Di tutto ciò che stava fuori non si parlava, né allora, né ora. La mia omosessualità, ovviamente, per loro non esiste. In casa, il sesso era (ed è) un tabù.
Non se ne parlava ed era bandita qualsiasi parola che riproducesse, più o meno volgarmente, la terminologia propria degli organi sessuali. Non era ammessa nessuna parolaccia. Soprattutto, non era ammesso nessuno sgarro: dovevo essere lo studente perfetto, con la pagella perfetta e una vita perfetta. Una vita non mia.
La mia adolescenza è trascorsa piegato sui libri, abbandonato anche dai compagni che, all'inizio del liceo, negarono di essere mai entrati nei bagni in cui avevamo consumato le prime esperienze tra coetanei. Da allora, non so quanto tempo ho perso ripensando a come mi sentivo solo per colpa del mondo.
E me la prendevo con Dio, gli domandavo in continuazione perché mi avesse condannato a quella situazione. A un certo punto, pensai che qualcuno avesse stipulato con Lui un patto per mio conto: darmi tutto ciò che chiedevo a fronte della negazione della mia identità.
La solitudine. Così avviene ancora oggi. Ho prospettive di successo nel lavoro, piena salute, tanti amici che mi adorano e una famiglia unita. Ma nessuna persona da amare.
Il primo ragazzo che mi piacque fu il compagno di banco in IV ginnasio. Bello ma irraggiungibile.
Il secondo è stato Massimo, conosciuto qualche anno fa. Naturalmente, è diventato il mio migliore amico, il "fratello" - come scrivevo nei moltissimi sms quotidiani a lui diretti - e il confidente più intimo, salvo che per la verità sul sentimento che provavo per lui. Lo riempii di regali, ma non bastò per fargli percepire il mio affetto "diverso". Ci iscrivemmo in piscina, così potevo averlo tutto per me due volte a settimana e ammirare il suo fisico scultoreo per qualche ora.
Una notte, mentre mi trovavo con l'intera compagnia nella sua casa in montagna, sentii molto chiaramente quello che lui faceva con la sua ragazza nella stanza a fianco.
Avrei voluto morire in quell'istante. Qualcuno possedeva la persona che amavo e la cosa mi faceva impazzire. Non lo potevo avere non per una mia condotta o per una mia decisione: non lo potevo avere e basta, perché Dio aveva creato me omosessuale e lui etero. Punto.
I miei genitori erano sempre più presenti eppure sempre più lontani. Si riempirono di debiti e per pagarli dovettero lavorare il triplo. Ciò rubò tempo alla famiglia e a un figlio, che restava sempre più solo.
A cena l'atmosfera era tesissima. Mia madre continuava a dirmi: "Ma allora, cosa aspetti a trovarti la ragazza?".
Mi dispiace dover affermare che il rifiuto costante degli omosessuali da parte delle gerarchie cattoliche - che va ben oltre quanto è scritto nel Catechismo, bensì si traduce in un odio latente, espresso in comunicati stampa privi di un pur minimo tatto mediatico - non aiuta le famiglie, ma innesca un vortice di conflitti e di rifiuto della realtà.
Quando in casa si parla di omosessualità - e non capita mai per spontanee discussioni, ma per "provocazioni" sentite al telegiornale - mi pare di aver di fronte la classe più omofoba del Seminario.
Ho sempre avuto paura di parlarne apertamente coi miei genitori e non credo che lo farò presto.
Quando timidamente apro una conversazione sul tema, trovo in loro, come ho trovato in passato, un agghiacciante silenzio. Chi non conosce una realtà, non ne parla. Così si comporta anche chi fa finta di non vederla.
Due anni fa è arrivata Sara. La mia prima - e ultima - ragazza. Mi ha dato tutto l'amore che mi mancava.
Voleva veramente solo il mio bene. Ero io che non volevo il mio bene: volevo solo il bene degli ipocriti che avevo intorno, degli amici che sfottevano gli omosessuali senza rendersi conto di averne uno presente, della mia famiglia sempre pronta a pregare per questo o quello, ma lontana dal convincersi che la vera sofferenza è tra le mura domestiche.
Poco più di un anno fa, ho vinto una borsa di studio e mi sono trasferito per un po' negli Stati Uniti. Stranamente, non mi sono dato alla pazza gioia. Semplicemente ho mollato Sara, procurandole dolore senza dirle la ragione.
Ho riscoperto pian piano la gioia di rimanere da solo in casa, di perdere tempo a chiacchierare con un amico del più e del meno, di fumare una sigaretta contemplando la luna piena. La solitudine è diventata un piacere, oltre che una necessità.
Ho trovato degli amici che mi hanno stupito quando ho iniziato a dire di me. È questo l'inizio di un faticoso cammino verso la piena scoperta di me stesso».
«Quando ho fatto il militare il momento che mi piaceva di più era fare la doccia nudo con gli altri commilitoni. Quando eravamo in fila nessuno voleva che io fossi dietro e mi facevano sempre passare davanti. Ecco perché qualcuno ha scritto che gli ultimi saranno i primi».
Solange